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  31/01/2008
Maus, semplicemente un capolavoro

Ci sono autori di fumetti, ringraziando il Cielo, che riescono a smuovere certe zolle emozionali dalle quali il dono della riflessione
Art Spiegelman
spontanea e il gusto a un’immedesimazione momentanea, non possono che essere gradevoli quanto inevitabili conseguenze. Sono quegli autori che fuggono dalle frasi shock a tutti i costi, abituati come sono a saper raccontare semplicemente le loro storie, e che sanno fare della semplicità narrativa un'arma impossibile da sconfiggere. Le loro storie sono storie che filano lisce come l'olio, ma si tratta di olio rovente e il suo passaggio sulla tenera carne delle emozioni, lascia segni profondi e scottanti.
Talvolta sono veri innovatori della "nona arte", altre aedi di tempi passati e quindi capaci, a volte o spesso, di stupirci.

Quando il Maus di Art Spiegelman viene insignito nel 1992 del premio Pulitzer, qualcosa nell'aria sembra cambiare. Una carica esplosiva dirompente lacera una convenzione stupida e finalmente un fumetto, per la prima volta, si riscatta dal pregiudizio di una classe benpensante (medio - alta) troppo abituata ai grandi e prestigiosi nomi "del libro", ma poco abituata, invece, a guardarsi intorno.
Un fumetto, disegnato anche in modo pressappochista, che viene celebrato con gli onori dell'altare? Ma siamo pazzi? Incoscienti? Vogliamo dare scandalo, probabilmente? No, niente del genere, ovviamente. Lo scandalo era forse, e lo è tuttora, almeno nel Belpaese, in quella ottusità che non ha mai avuto il coraggio di vedere e di considerare quanto naturale fosse riconoscere a un capolavoro, fosse anche a fumetti, l'appellativo di capolavoro.
L'ottusità era quella di rimanere confinati in un ambito o in diversi ambiti specifici (libro ma anche pittura, scultura, musica, architettura, caricatura, ecc.) che escludevano, con un meccanismo forzato e falso storicamente, il fumetto stesso.

Con Maus la prima bomba viene lanciata e, senza dubbio alcuno, è una bomba atomica.
Con Maus siamo davanti al capolavoro autentico, immarcescibile, eterno.

Un senso drammatico straordinario, una realtà storica tragica, quella della Shoà, stemperata da Vladek, il padre dell'autore e protagonista, non unico, della vicenda raccontata, una umanità insita nei personaggi da fare paura.

L'opera esce nel 1986 e Art Spiegelman ci mette dentro tutto quello che sente, temi che farebbero accapponare la pelle a tanti ma che lui rende scorrevoli e interessantissimi.
Al centro dell'opera c'è il rapporto conflittuale, complesso e articolato, tra lui e il padre, fuggito dagli orrori nazisti, raccontati nei minimi dettagli, di cui ancora porta i segni. Segni non necessariamente distruttivi, ma per certi versi invalidanti e sicuramente profondi.

C'è un baratro generazionale che Vladek (ma anche Art) non riesce e non vuole oltrepassare, una società mutata alla quale si è dovuto adattare per non esserne schiacciato, e un ponte. Un piccolo ponte fatto con i fili della memoria, resistente oltre il tem

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