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  29/11/2005
Afghanistan
Articolo di Michele Medda

Afghanistan, 1987.
Sono passati otto anni dall'invasione russa.
Kabul è un calderone che ribolle per la presenza di più di un milione di profughi in fuga dalle campagne.
L'Unione Sovietica non riesce a prendere il controllo definitivo del territorio e continua a inviare truppe di Spetsnazi.
Sono così detti i componenti delle Spetsialnoye Naznachenie, le unità per le missioni speciali: i combattenti più duri dell'Armata Rossa.
Vasilj Bodovskov è uno di questi: un soldato superaddestrato e motivato, che non si sognerebbe mai di discutere un ordine.
Said Vassar invece è un ragazzo afghano che ha visto il suo villaggio distrutto dall'aviazione sovietica. Finito in un campo profughi a Peshawar, in Pakistan, viene per caso a conoscenza del complotto di una tribù rivale per uccidere il leader Babrak Massoud. E quando lo rivela ai ribelli, ottiene in premio di ritornare in Afghanistan per combattere nella guerriglia. Fatalmente, le strade del ragazzo e del soldato sovietico sono destinate a incrociarsi...

Afghanistan è l'ultima storia realizzata da Attilio Micheluzzi, pubblicata postuma dalle Edizioni Lizard in Italia e recentemente dalla Mosquito per i francesi. 
Micheluzzi, a storia finita, non fece in tempo a completare l'inchiostrazione: una decina di tavole è rimasta allo stadio di matita. Non che questo impedisca di apprezzare la storia (peraltro stampata come si deve): una storia di guerra, dura, amarissima, senza eroi.
E un'occasione, per i lettori, di vedere qualcosa di nuovo dell’autore istriano e di apprezzare ancora il suo disegno: sempre preciso, sempre elegante, senza un solo calo di tono, senza la minima concessione alla scadenza, alla fretta della consegna.
Ed è anche l'occasione per provare qualche rammarico.

In primis, il rammarico di non avere potuto gustare questa storia al meglio, a colori e con un po’ di editing. La mancanza di una supervisione si fa notare: qua e là Micheluzzi impagina con vignette di forma irregolare, e l'occhio del lettore si perde. È un peccato, perché la ricerca del giusto ordine di lettura crea più di un inciampo. 

Inoltre - consentite a chi scrive una nota di gusto personale - Micheluzzi punteggia la storia con dialoghi tra l'autore stesso, personaggio invisibile ma sempre sulla scena, e i suoi protagonisti. Una scelta singolare, che all'autore doveva piacere molto, ma che a volte rischia di rendere artificiosa una narrazione esemplarmente asciutta.

Al posto della pur bella e commossa introduzione di Oscar Cosulich, poi, non avrebbe nuociuto un minimo di apparato storico per dare qualche informazione di più al lettore: Micheluzzi, inevitabilmente, dà molte cose per scontate e il fatto che i personaggi non si chiamino per nome non facilita la comprensione dell'intricato scenario politico dell'Afghanistan.

Ma il vero rammarico è che Afghanistan, pur non essendo un capolavoro, ci dà la misura dell'assenza di Micheluzzi nello sterile panorama fumettistico attuale.
Nessun autore oggi sa raccontare la realtà come faceva lui, intrecciando le storie dei singoli con la Storia.
Nessun autore riesce a essere “classico” come lo era lui, senza evitare gli stereotipi del genere.
Nessun autore ha lo stesso sguardo disincantato del narratore di razza; dello storyteller che non distribuisce torti e ragio

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