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  02/12/2005
Jacovitti in giallo
Articolo di Roberto Donati

Bellissimo, questo volume edito in brossura rilegata da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri e dedicato interamente all’estro vulcanico di Benito “Jac” Jacovitti e alle sue creazioni ruotanti attorno all’universo del “giallo”.
Non il colore, come la copertina riccamente pitturata potrebbe scherzosamente far supporre, ma il mystery, la storia di suspense, omicidi e tensione. Genere che Jacovitti, già maestro nelle caricature iperrealistiche degli stereotipi western, affronta con la stessa (pre)disposizione all’immaginario e con la stessa fantastica libertà creativa.

Con Jacovitti, il giallo non è certo cartesiano come quello di Conan Doyle né pitagorico come quello della Christie; no, con Jacovitti siamo più dalle parti di Picasso, il che vuole dire tutto e niente.
La matematica, il calcolo, la deduzione e l’induzione, innanzitutto, non ci azzeccano un fico secco con il disegnatore abruzzese; altro che ferreo decalogo alla Van Dine, qui siamo pienamente dentro Guernica, bizzarramente destrutturati, disarticolati e poi ricostruiti (a suo gusto e piacere) alla pari dei personaggi dei suoi quadrofumetti.

Jacovitti si diverte e ci diverte, lasciando il “nero” e il “tosto” (ma non, di essi, il cinismo disincantato e il grottesco) fuori pagina e fuori campo, invasi invece dalle sue stralunerie così sempre uguali e così sempre diverse: salamofalli, arti e mozziconi umani pronti a emergere dai posti più impensati (e che predilezione per i tombini!), ossa brulicanti e bruchi ossuti, bocconcini di galline e animalistica varia, e via dicendo. Come i paesaggi di frontiera, anche i ghetti e le metropoli jacovittiane sono rappresentazioni fenomeniche della personalissima fantasia dell’autore, lussureggiante di fauna umana scombiccherata, spumeggiante di  intuizioni trasognate.

Con l’omaggio al noir e all’hard boiled, Jacovitti può dare libero sfogo al suo esasperato horror vacui esistenziale, saturando ogni piè sospinto la trama di caratteri e situazioni imprevedibili e la vignetta di feticci personali e di balloon maledettamente logorroici.
Ma nel caso di Jacovitti non c’è nemmeno vero omaggio né, apparentemente, vera consapevolezza (in realtà, a bene guardare, c’è ma è abilmente nascosta dalla patina di cialtroneria e di sregolatezza tipiche dell’autore di Termoli): così, il bianco e nero si alterna al colore, le vignette cambiano formato a ogni svoltar di pagina (ma i bordi sono rigidamente chiusi), le pause digressive o i silenzi precedono o susseguono pingui strofeggiamenti, momenti di stanca vanno di pari passo a repentini sbalzi di umore e di azione…

Del resto, chi vorrebbe mai catalogare, se fosse poi mai possibile, l’universo Jacovitti? Meglio lasciar perdere, se non si comprende, o, in alternativa, abbandonarsi alla liquidità di una pagina che si sfalda e si ricostruisce di continuo in un perpetuo vivere/esistere/morire (perché – attenzione! – si muore, e anche violentemente [sparatorie, accoltellamenti, mitragliate, colpi bassi, risse feroci, supercazzotti a raffica, in Jacovitti, così come nel mondo reale]/rinascere.

Introdotti brillantemente dalla prosa colta e articolata di Gianni Brunoro, che chiosa per pratica ed esperienza sull&r

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