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  02/12/2005
Dieci anni di Calvin and Hobbes
Articolo di Roberto Donati

Volume assai imponente, 210 pagine a grandissimo formato rettangolare (e di bellissima copertina per semplicità e gusto auto/metareferenzale), questa esauriente antologia di strisce di Calvin and Hobbes, serie creata nel 1985 da un Bill Watterson ventottenne che, sulla scorta di passioni giovanili (Krazy Kat, Peanuts, Pogo in particolare, i fumetti tutti in generale), decise di costruire un proprio mondo a disegni e balloon, riscuotendo presto consensi di pubblico e critica.

In una serie limitata (si chiuderà dieci anni dopo per non essere più ripresa) e dilazionata con parsimonia da parte del suo autore, l’originalità non sta tanto nel carattere dei personaggi, tutti molto ben sbozzati, o in una serie di sfondi/ambienti semplici, accattivanti e familiarmente riconoscibili: a Watterson, come allo Schulz dei Peanuts, è semplicemente riuscito il miracolo di riprodurre sulla carta l’esuberante vitalità di un’intera epoca umana, quella delle casette sugli alberi e delle lotte nel fango o nella neve (trattandosi Calvin di un maschietto, beninteso) o ancora delle scaramucce con le coetanee più “intimamente” mature che precede la prima consapevolezza adolescenziale.
Come il tigrotto di pezza Hobbes vive realmente per Calvin, alla stessa maniera Calvin non è mera figurina di carta ma è personaggio vivo per noi lettori, è parte (più o meno nostalgica) di noi, è ciò che eravamo e che, in parte, potremmo ancora essere se non ci limitassimo a razionalizzare che un tigrotto di pezza non può essere altro che un tigrotto di pezza.

C’è di più: Watterson sa unire uno stile e un gusto schiettamente popolari a una onestà intellettuale di fondo, riuscendo da una parte a mitigare l’accentuato simbolismo della serie e dall’altra a mantenere un contatto preferenziale anche con gli esponenti adulti a cui intende sicuramente riferirsi senza limitazioni di sorta.

L’edizione critica della Comix è superlativa anche perché contiene una presentazione illuminante di Watterson stesso sulla sua creazione e sulla sua poetica, una breve presentazione dei personaggi principali e, sotto molte delle vignette presenti, un piccolo commento sempre lucidamente ironico ancora dell’autore.
Presentando soprattutto le strisce giornaliere e, qua e là, anche  alcune tavole domenicali (più estese e a colori), Watterson penetra il lettore nel suo mondo, che è il nostro magari millimetricamente spostato su un altro asse: il lieve scarto è il segno autoriale per eccellenza, quel punto invisibile e in conoscibile dove la nostra realtà si può permettere alcune piccolezze in più (una tigre di pezza che vive gioca e parla con un bambino, due genitori continuamente sgomenti che rimpiangono di non aver comprato un cane invece che di aver procreato un ometto, …).

La tendenza poetica di Watterson, lontano da ogni blandizia commerciale da happy ending a tutti i costi, è comunque riconducibile alla tenerezza (correre a pagina 149, please!), alla rasserenazione ovattata, alla misura; ma i suoi personaggi sanno anche soffrire pene reali e atroci (si veda lo strazio incolmabile di una vignetta come quella di pagina 84) e, sotto ogni azione, fa capolino l’inquietante spettro della solitud

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