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  19/05/2006
Il Complotto

Colpevolmente abbiamo atteso finora per leggere Il complotto di Will Eisner edito da Einaudi.
Abbiamo aspettato così tanto perché adocchiando il lettering e l'adattamento grafico non abbiamo più avuto il coraggio di continuare la lettura.

Stampa, carta, veste grafica, introduzione di Umberto Eco... Tutto ottimo. Ma il lettering
È come se avessero ibernato l'opera, come se l'avessero "disarmata".
La passione che anima la narrazione e i personaggi di Eisner trasuda letteralmente dalla sua straordinaria scrittura. Una calligrafia unica, potente, evocativa. Totalmente annullata da un lettering banale, piatto, freddo.

Un confronto fra l'edizione originale (sopra) e la versione italiana (sotto).

Il complotto (The plot in originale) è l’unica sua opera da Contratto con Dio in poi che il Maestro non ha letterato a mano.
Forse incuriosito dalle nuove tecnologie in uso nel campo del lettering e usate anche in Italia nell’adattamento dei suoi romanzi; forse solleticato da una nuova sfida, da un nuova potenzialità che faceva crescere il suo amato medium, Will Eisner decise di letterare Il Complotto al computer.
Per farlo approntò, aiutato probabilmente da Dennis Kitchen, suo editore/ agente/ amico, una serie di font derivati dalla sua calligrafia.
Il risultato, pur non perfetto, si avvicina molto allo stile originale dell’autore.

Inoltre la struttura di questa graphic novel è atipica rispetto ai precedenti lavori del Maestro: balloon molto ben delineati e separati fra loro, una scansione delle vignette molto più vicina alla “classicità”. In pratica un lavoro calibrato sulla leggibilità e la chiarezza.

Tutto ciò rende l’incuria dell’Einaudi, rispetto al lettering, ancora più grave. Un adattamento rispettoso in lingua italiana non solo era possibile, ma addirittura semplice: bastava richiedere il font originale e la struttura del fumetto non richiedeva particolari adattamenti grafici, in virtù del lavoro fatto apposta da Eisner per ospitare il lettering computerizzato.

Adesso, dopo molto tempo, abbiamo ripreso in mano l’opera con una gran paura di leggere qualcosa di diverso da quello che l’autore ci voleva comunicare.

La storia, un’inchiesta particolareggiata e mai noiosa sull’origine e la diffusione del falso testo “I protocolli dei savi di Sion”, scorre e fa pensare.
Disegnata con la solita maestria, ci dà nuovi spunti di riflessione per problemi vecchi, tragici e disgraziatamente attuali.

I personaggi sono pennellati con quello stile a metà tra il realistico e il grottesco che è il marchio di fabbrica del Maestro americano.
Gli ambienti, dalla Russia zarista alla Francia di fine ‘800, dall’Africa alle redazioni dei giornali inglesi, che sembrano sempre appena accennati, quasi privi di valore narrativo, sono invece una cornice curata ed essenziale allo svolgersi della narrazione.

La natura documentaristica,

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