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  11/09/2006
Action30

È da poco uscito il primo numero di Action 30, una pubblicazione particolare e coraggiosa frutto dell’iniziativa del prof. Pierangelo Di Vittorio e di un gruppo di persone, tra le quali il nostro nume tutelare Giuseppe Palumbo che ha disegnato la quarta di copertina.
Action 30, rivista di riflessione filosofica e sociale, si propone di analizzare le pieghe della società contemporanea.
Se fate un salto su www.action30.it, oltre a scaricare utili pdf di presentazione e riassuntivi di ogni numero, potete leggere il sottotitolo della rivista, che fa ben comprenderne scopi e filosofia: antifascisti sub-mariners.

In questo primo numero, intitolato “Ai piedi dello sport” il protagonista è il piede dei calciatori, in particolare quello di Diego Armando Maradona.
Il piede consente al nostro corpo di rimanere eretto e alla nostra mente di tendere al cielo senza doversi preoccupare di cadere. Il merito del piede, però, non è riconosciuto dalla maggioranza della specie umana, anzi… è la parte del corpo umano sottoposta ai maltrattamenti più crudeli, e trascorre la propria esistenza nel buio dell’irriconoscenza.

I piedi del nostro contemporaneo sono i calciatori: le loro spettacolari prestazioni ci permettono di tendere all’infinito, ma le loro vite devono essere condotte nella più totale oscurità.
Campioni nello sport, ma burattini etero-guidati nella vita.
La società ha bisogno di questo dualismo, di questa “demarcazione razzista” tra uomo e icona dello sport, per controllare e scongiurare la trasgressione.
Ancora una volta, come già molta antropologia ci ha insegnato, lo sport diventa un ancestrale momento di liberazione che rimette in scena delle liturgie tribali, dove il campione è un prolungamento psichico, fisico, morale di chi lo osanna e, allo stesso tempo, veicolo di catarsi.
A questo è destinato il calciatore, moderna versione dell’antico Pharmakos.
Le sue prestazioni sportive esaltano le potenzialità della natura umana, ma l’eccesso che gli consente di essere un campione sul campo, non può trapelare nella vita comune. Questa dev’essere condotta nel totale anonimato, nella completa ordinarietà. Pena la messa al bando da parte della società con l’epiteto “un mito dello sport, un fallimento nella vita”, affibbiato da tempo a Maradona.
Com’è possibile, sembrano riflettere gli autori, essere maledetto nella vita e avere la costanza e la totale dedizione al sacrificio sportivo per incarnarne l’assoluto quanto a prestazioni? Forse l’interrogativo rimane nei misteri del dna. Forse nei misteri dell’insicura natura umana, che crea miti per farsi condurre verso il cielo, e distrugge esseri umani per paura di restare indietro rispetto a loro.
Ma ai piedi dello sport c’è vita, c’è libertà, c’è anarchia, c’è dignità umana che lotta per uscire dall’oscurità.
Questo sembrano dirci campioni come Maradona o Pantani: “Il campione è l’uomo. Non sono figure distinte. Se volete un campione da idolatrare dovrete prendere anche l’uomo da annie

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