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  25/07/2007
Città di Vetro
recensione di Andrea Cantucci

Un'immersione labirintica nel linguaggio della follia
Città di Vetro, cover dell'edizione Coconino © Coconino Press

 
Una scena buia iniziale, un telefono che squilla, una richiesta di aiuto. È un incipit tipico della narrativa poliziesca. Ma cosa rappresenta (sempre che rappresenti qualcosa)? Di quale assenza è simbolo quel buio? Chi è che ha veramente bisogno d'aiuto? Nel romanzo di Paul Auster "Città di Vetro", niente è come sembra, o meglio, tutto sembra rimandare a qualcos'altro, avere più di un significato, come una lingua segreta che avrebbe bisogno di essere decifrata. È però sempre presente anche il dubbio che invece sia il caso a regnare sovrano sulla realtà e sulle vite dei personaggi, facendoli girare in tondo inutilmente in cerca di un senso che può esistere solo come convenzione comunemente accettata, come un intricato disegno del cui vero significato non è possibile essere sicuri, ma che ci si può illudere di aver compreso se ci si mette d'accordo su quello che vi vogliamo vedere. Come dice la citazione dell'uovo Humpty Dumpty tratta da Alice Attraverso lo Specchio, "Quando io uso una parola significa esattamente ciò che ho deciso che significhi".

Ecco quindi che per alcuni dei personaggi, l'uso del linguaggio, il mettersi d'accordo su ciò di cui si parla, può diventare centrale nella loro pretesa di comprendere e interpretare le cose, a maggior ragione quando sperano in qualche modo anche di farle cambiare o evolvere. Ma può essere sufficiente creare una nuova lingua, come uno dei personaggi vorrebbe, perché il mondo appaia diverso o possa trasformarsi in qualcosa di nuovo? Basta cambiarne i nomi perché cambi la realtà? O tutto ciò che si otterrà dal voler condividere una nuova interpretazione delle cose non è che un'illusione un po' più ampia, come la pretesa di un folle di convincersi che la verità è ciò che lui vorrebbe far diventare vero?
Queste potrebbero essere alcune delle riflessioni attorno a cui ruota il romanzo di Auster, la cui trama stessa è un invito a cercare una verità sempre più sfuggente, mano a mano che aumenta il disperato bisogno di afferrarla.

Tradurre in immagini a fumetti un romanzo complesso e introspettivo come questo, è come accettare la tacita sfida del testo, rielaborare con un linguaggio diverso una realtà sfuggente e sconnessa. La sfida in questo caso fu lanciata da Art Spiegelman (fondatore della prestigiosa rivista americana Raw, nonché autore del notissimo romanzo a fumetti "Maus"), mentre colui che l'ha accettata con successo è stato David Mazzucchelli, già disegnatore su testi di Frank Miller di cicli fondamentali del fumetto di supereroi, come "Batman: Year One" e "Devil: Born Again", poi passato a produrre opere sperimentali alternative sulla propria rivista Rubber Blanket.
Paul Karasik, altro collaboratore di Raw Magazine, ha aiutato Mazzucchelli nel difficile compito di adattare il testo sotto forma di sceneggiatura, ma la responsabilità finale de

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